Il “Risiko” bancario Italiano: chi possiede la tua banca?
Negli ultimi mesi, leggendo i giornali finanziari, si ha l'impressione di assistere a una partita di Monopoli giocata con cifre da capogiro. Una vera e propria guerra delle scalate nel sistema bancario italiano nel 2025, con una catena di offerte pubbliche ostili e contromosse strategiche che stanno ridisegnando la mappa finanziaria nazionale. Il termine "risiko" — sì, preso in prestito dal gioco da tavolo — è diventato il modo più efficace per descrivere quello che sta succedendo al credito italiano.
Ma facciamo un passo indietro, perché la storia è lunga e vale la pena raccontarla.
Un sistema che si è già trasformato profondamente
Il sistema bancario italiano di oggi è radicalmente diverso da quello di vent'anni fa. Banco BPM, per esempio, nasce nel 2017 dalla fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano. Il nuovo gruppo ha rappresentato il terzo polo bancario del Paese, dopo Intesa Sanpaolo e UniCredit, con una quota di mercato del 7%, 2.300 filiali e oltre 4 milioni di clienti. UniCredit è il risultato di aggregazioni tra Credito Italiano, HypoVereinsbank, Capitalia e decine di altre realtà locali. Intesa Sanpaolo unifica nel tempo Banca Intesa, San Paolo IMI, Cassa di Risparmio di Torino e molti altri istituti.
Monte dei Paschi di Siena — la banca più antica del mondo, fondata nel 1472 — ha invece vissuto anni drammatici: dopo la crisi del 2016-2017, è stata salvata con soldi pubblici ed è entrata sotto il controllo del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Solo di recente il MEF ha iniziato a ridurre la propria quota.
Il grande gioco del 2024-2025
La prima scossa è arrivata con l'offerta pubblica di scambio lanciata da UniCredit su Banco BPM, per un valore di 10,1 miliardi di euro. Un'operazione che avrebbe creato un colosso da competere con i grandi europei, ma che è stata sospesa dalla Consob, su input del governo, con una decisione legata all'esercizio del "golden power" — lo strumento con cui lo Stato può bloccare operazioni ritenute strategicamente sensibili. UniCredit ha contestato le condizioni imposte, portando la questione davanti al TAR del Lazio.
Nel frattempo, Monte dei Paschi ha lanciato un'offerta da oltre 13 miliardi di euro per acquisire Mediobanca, con l'obiettivo di creare un terzo polo bancario nazionale. La fusione, approvata nel marzo 2026 dai rispettivi Consigli di Amministrazione, permetterà la nascita di un nuovo gruppo con un rapporto di concambio di 2,45 azioni MPS per ogni titolo Mediobanca.
Non finisce qui: BPER Banca, supportata dal gruppo assicurativo Unipol, ha lanciato un'offerta pubblica da 4,3 miliardi su Banca Popolare di Sondrio, con lo scopo di creare un terzo polo bancario con forte radicamento territoriale. L'operazione ha portato BPER a superare il 69% del capitale di Sondrio.
Dietro questi movimenti c'è anche un intreccio di azionariati che non passa inosservato: BlackRock è presente in tutte e cinque le principali realtà bancarie italiane, così come un nucleo limitato di grandi famiglie, a cominciare da Del Vecchio e Caltagirone.
E i clienti? La desertificazione bancaria
Mentre i consigli di amministrazione discutono di miliardi, per i clienti il cambiamento più tangibile è un altro: le filiali che scompaiono. Nel 2024 le banche italiane hanno chiuso 508 sportelli, portando il numero complessivo a livello nazionale sotto quota 20.000, con un calo del 2,5% rispetto al 2023. Nel 2025 la tendenza è continuata: altri 516 sportelli chiusi, con quasi la metà dei comuni italiani ormai priva di sportelli — 3.457, il 44% del totale. Circa 5 milioni di italiani non hanno più accesso fisico ai servizi bancari.
Spesso si sostiene che la chiusura delle filiali sia compensata dall'aumento dell'internet banking, ma i dati raccontano un'altra storia: l'uso dei servizi bancari online è cresciuto di poco più di un punto percentuale, arrivando al 56%, ben lontano dalla media europea. In alcune regioni l'utilizzo è addirittura diminuito.
Il rischio maggiore per i clienti è la cosiddetta desertificazione bancaria: la chiusura di filiali in territori periferici dove il servizio fisico resta essenziale per molti cittadini, in particolare anziani e piccoli imprenditori.
Una riflessione finale
Non c'è nulla di necessariamente sbagliato nel consolidamento bancario: banche più grandi possono essere più solide, meglio capitalizzate, più resistenti alle crisi. Ma c'è una domanda legittima che ogni risparmiatore e ogni imprenditore dovrebbe porsi: in un sistema dove pochi colossi controllano tutto, quanto contano davvero le esigenze del singolo cliente? Quanto è facile, per una PMI locale, interloquire con un gestore che la conosce davvero?
La dimensione conta. Ma la vicinanza, la stabilità e l'indipendenza da logiche puramente finanziarie contano altrettanto.