Nel 2020 Emma Holten, giornalista e attivista danese-svedese, durante un ricovero ospedaliero si imbatte in un articolo secondo cui le donne sarebbero un deficit per la società: partoriscono, e i parti costano, prendono più congedi, stanno più a casa con i figli, fanno lavori meno pagati e spesso part-time, quindi pagano meno tasse. La conclusione (semplicistica) dell’articolo è quindi che l’economia mondiale sarebbe più ricca se la vita delle donne fosse come quella degli uomini.
Da qui nasce il libro che vi presentiamo: come siamo arrivati a considerare una perdita il contributo delle donne al benessere collettivo?
Come ci siamo arrivati? Holten ripercorre, confutando miti consolidati nei secoli, il modo in cui l’economia, dall’Illuminismo in poi, ha negato il valore del lavoro di cura, delle donne del’educazione e non solo.
Quando tutto si definisce attraverso un prezzo, ciò che è più difficile da misurare finisce in fondo alla lista. Questo non significa che non abbia valore, ma che nel dibattito politico ed economico viene trattato come se non ne avesse. E le decisioni politiche che ne derivano sono altrettanto imperfette e producono profondi danni sociali (ed economici).
Un’economia che chiamiamo scienza
Siamo abituati a pensare l’economia come una scienza esatta. Ogni giorno sentiamo parlare di crescita, mercati, forza lavoro... I teorici che hanno costruito le basi del nostro sistema (Hobbes, Locke, Smith.. per nominarne solo alcuni), ne hanno fatto una “scienza” (le virgolette sono volute). Con l’Illuminismo e la rivoluzione industriale, a tutto ciò che si può calcolare e misurare abbiamo attribuito una valenza matematica, quindi scientifica, quindi vera.
“…Volevano dimostrare che la matematica, l’uomo e il mercato erano la naturale estensione gli uni degli altri, ma continuavano a inciampare sulla casa, sull’amore, sulla famiglia e sui figli.
Che cosa cavolo è una “casa”? Un’impresa? Costrizione? Sesso? Qualcosa di libero e volontario? Finora abbiamo i funghi e Dio, come soluzioni.”
Per Hobbes il concetto di famiglia era una questione spinosa, a lui interessava l’individuo, non aveva tempo da perdere sui sentimenti o altre amenità… Per evitare l’ovvio inconveniente di una teoria priva di tutti gli aspetti “umani” della società, scrisse che la sua riflessione doveva essere interpretata come un esperimento mentale, in cui i lettori dovevano immaginare gli uomini “COME SE fossero venuti su tutti all’improvviso, a guisa di funghi, dalla terra, e già adulti, senza alcun obbligo reciproco.”
Per poter rappresentare una società meccanica, si rimuove tutto ciò che non è in linea con le argomentazioni.
La filosofa inglese Mary Astell scrisse nel 1704 “Quanto mi rammarico, di non aver avuto la fortuna di vivere in quei giorni felici in cui gli uomini spuntavano come funghi, senza padre né madre né alcun tipo di dipendenza!”
Oggi Mary Astell è stata cancellata dalla storia economica, mentre Hobbes continua a essere tradotto e studiato.
Economia
Partiamo dalla parola. Economia viene dal greco oikonomía, da oîkos, “dimora”, e -nomía: letteralmente l’amministrazione della casa, cioè l’uso razionale di mezzi limitati per ottenere il massimo vantaggio con la stessa spesa, o lo stesso risultato col minimo dispendio. Oggi il termine indica l’insieme delle risorse (terre, materie prime, energie, impianti, capitali, capacità lavorative) e delle attività che le utilizzano, a livello di regione, stato, continente o mondo. Ma ciò che chiamiamo comunemente economia è in realtà un insieme di idee teoriche che hanno preso il sopravvento: l’autrice la chiama, giustamente, “economia consolidata”.
Ciò che non si misura non esiste
Da qui le domande che il libro mi ha lasciato. Come siamo passati a considerare “di valore” solo ciò che si misura e “perdita” tutto il resto? Perché il lavoro socialmente utile conta come una perdita?
Molti di quei teorici non hanno mai preso in considerazione il lavoro di cura: tutto ciò che serve a far nascere e crescere le persone, e quindi la forza lavoro, non è misurabile e resta fuori dal calcolo. Per non affrontare il problema hanno dato per scontato che gli uomini esistessero e basta, che spuntassero adulti, abili e lavoratori, come funghi. E che non si ammalassero né morissero mai. Nelle teorie economiche cura, malattia e morte sono invisibili, oppure vengono contate come deficit.
Il paradosso è che tutto ciò che ci rende umani, in salute e felici (la cura, le relazioni, la cultura, l’educazione) è considerato deficit. Un’industria che inquina e devasta l’ambiente è invece una risorsa, perché produce qualcosa che si trasforma in denaro; i danni alle persone e al territorio non vengono nemmeno registrati come perdita. Come è possibile farci governare da un modello che non considera la vita stessa delle persone che lo creano? Nonostante gli evidenti limiti i modelli economici sono di norma utilizzati per valutare tutte le politiche che riguardano il settore pubblico.
Lo stesso vale per i “calcoli” e le previsioni economiche, che hanno meno veridicità di quanto sembri. Le classifiche tra i paesi si basano solo sulla capacità di produrre: il PIL non tiene conto della vita. Se potessimo misurare salute, benessere e felicità, forse i paesi che oggi dominano la “scala economica” non sarebbero affatto in cima.
Questo è uno dei motivi per cui, come disse una volta l’antropologo David Graeber: “Se c’è una regola è che più il tuo lavoro è utile agli altri, più basso sarà il tuo stipendio”
Perché leggerlo
DEFICIT, di Emma Holten, Casa ed La tartaruga, traduzione di Stefania Forlani
Un excursus su come siamo arrivati al nostro sistema economico odierno, su dove abbiamo fondato le nostre società. Se un cambiamento serve, dobbiamo partire da qui.