Investire nell’era della scarsità

Le prime pagine dei giornali da diversi mesi trattano come principale argomento finanziario quello dell’intelligenza artificiale nelle sue varie declinazioni: investimenti miliardari, costruzione di nuovi data center, i temi ambientali legati a questa rivoluzione (lo sarà davvero fino in fondo?), la produzione di chip e la loro relativa scarsità.

Proprio la scarsità è un tema ricorrente in Economia visto che il suo grado di intensità regola gli scambi, i prezzi, le tariffe e la Geopolitica. Su questo tema negli ultimi tempi hanno fatto notizia gli accordi sugli approvvigionamenti presi da alcuni Stati che hanno deciso di muoversi in anticipo per mettersi al riparo da eventuali andamenti negativi futuri.

Ne sono un esempio la Nuova Zelanda che con Singapore* ha siglato un accordo in base al quale i due Paesi si manderranno reciprocamente provviste alimentari e di carburante in caso di carenze globali. Sullo stesso piano l’accordo dell’Australia siglato con il Giappone che ha come obiettivo quello di tenere costanti i flussi di terre rare, carburante e prodotti agricoli per disinnescare qualsiasi crisi interna. L’Unione Europea, per finire, sta valutando scorte di fertilizzanti necessari al comparto agricolo. Stati (e aziende) insomma stanno facendo incetta di scorte di beni essenziali sullo sfondo di timori crescenti per la nuova epoca di scarsità in cui stiamo entrando.

Esattamente all’opposto di quanto la nuova era tecnologica sembra predire: lì dove s’impernia l’innovazione con la promessa di eliminare le inefficienze e le scarsità, i titoli tecnologici salgono verso quotazioni mai viste prime (aiutate da leva e derivati) portando le grandi aziende tecnologiche a valere circa il 35% del mercato finanziario, rispetto al 12% di dieci anni orsono.

Quanto vale il resto del mercato? Il settore dell’energia e dei materiali il 6%. La sostanza insomma dice che la maggior parte degli investitori (Istituzionali, Gestori e Retail) si è focalizzata principalmente sull’andamento della tecnologia (effettivamente narrata come un Eldorado senza fine) sottovalutando i titoli legati al processo industriale tradizionale; e quindi sulle strategie HALO (Heavy Assets, Low Obsolescence) cioè basate su beni materiali difficilmente soggetti a obsolescenza che sono rimaste così a “corto di capitale” (e quindi penalizzate in termini di performance).

Tutto questo si riflette in un contrasto reso ancor più evidente dalla crisi dello Stretto di Hormuz che ha già creato carenze di energia e forniture industriali. Guardando avanti, la guerra tra Usa e Iran ha anche dimostrato le vulnerabilità per il commercio globale (si stima che circa l’80% di questo “viaggi” via nave) tenuto conto che di colli di bottiglia negli altri Stretti del Mondo ce ne sono finché se ne vuole. Altra incongruenza? Per funzionare le aziende tecnologiche hanno bisogno di rame, acqua, gallio, litio e cemento (solo per citarni alcuni) e sottovalutare questo aspetto, ossia quello della costanza delle forniture in un’epoca di scarsità, può essere un errore molto grave.

Secondo Goldman Sachs quindi, le aziende ricche di asset reali e fisici sono meno esposte al rischio che l’intelligenza artificiale stravolga i loro modelli di business; la si può definire come una copertura fisica (hedge) rispetto all’AI con aziende che possono avvalersi di grandi barriere all’ingresso nei loro mercati/settori di riferimento. Alcuni esempi di settori che possono diversificare un portafoglio implementandolo con la logica HALO: aerospazio, reti ferroviarie, macchinari pesanti e agricoli, utility e rinnovabili, infrastrutture gas/elettricità, real estate logistico.

Per citare l’Ex Sottosegretario al Tesoro Usa, Robert Rubin “ i mercati possono non essere in sintonia con la realtà per periodi di tempo abbastanza lunghi, e poi reagire con rapidità e durezza”. (fonte Financial Times)

A buon intenditor...

* fonte Internazionale nr. 102 del 5 giugno 2026

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